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Interno non è lontano.
Le aree interne, non possono essere identificate, semplicemente, come quelle geografie più o meno distanti da una metropoli e questa, il centro di gravità verso cui farle tendere fisicamente, con più o meno velocità.
Eppure: “chiamiamo interne quelle aree significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali.
Più che di definizioni è un problema di percezioni e di consapevolezza.

Oggi, in virtù del dibattito avviato, il tema non è più portare le aree interne al centro dell’agenda della politica, individuando risorse ma inserirle nella consapevolezza delle comunità, perché diventino, loro stesse, quelle risorse.

Quanto si conosce dalle pagine dei giornali, sul tema, è un insieme di azioni pragmatiche, né giuste né sbagliate ma più vicine alla tattica che ad una strategia.

Fin quando le visioni per i quasi 4.200 comuni interni, resteranno appiattite sul quantitativo di fondi da spendere, sempre meno sulla riflessione del come spenderli e quasi nulla sull’analisi del perché realmente farlo, allo sdoganamento delle aree interne mancherà sempre un tassello fondamentale: l’accettazione delle proprie comunità di essere parte di una realtà viva, che contiene il 60% del territorio nazionale. Non la rassegnazione di essere una sfortunata porzione di mondo, lontana dalle opportunità vissute nell’altro 40%.

Oggi, il riconoscimento dei paesaggi interni quali luoghi vivi e potenziali, è più facile che avvenga da chi non li vive, che da chi ne è coinvolto. Questo, perché quello che si propone per i luoghi interni è ancora viziato dall’assenza di un cambio di prospettiva. Si continua a progettare dall’esterno verso l’interno e non al contrario.
Si insiste sull’adattare modelli valoriali estranei (produttività, velocità, universalità…) a luoghi fondati su altri presupposti. Primo tra tutti: la convenienza alla convivenza e la relazione organica tra i luoghi e le sue conseguenze antropiche.
L’alternativa, ovviamente, non è progettare decrescite felici, insistere sul romanticismo del piccoli paesi, la retorica delle identità o la ri-scoperta delle radici. Il romanticismo oltre al pensiero prevedeva un’azione, “anche le carte di identità, ogni dieci anni, devono essere aggiornate” e “le radici sono per gli alberi, gli uomini hanno ancora i piedi”.

La soluzione, invece, può risiedere nella costruzione di comprensione (prendere con sé) dall’interno ed in questo, la ri-conoscenza del proprio Paesaggio è fondamentale.

Anche qui, non certo il paesaggio della retorica, quello che ci si aspetta debba essere bello, straordinario e possibilmente difficile da raggiungere ma quello della Convenzione Europea del Paesaggio che “è in ogni luogo un elemento importante della qualità della vita delle popolazioni: nelle aree urbane e nelle campagne, nei territori degradati, come in quelli di grande qualità, nelle zone considerate eccezionali, come in quelle della vita quotidiana”.

Le aree interne, diventino interiori. Come un cuore, vero, con i suoi ventricoli, atri e derivazioni nervose, organo interno che permette la vita ma anche rappresentazione ideale del nostro pensiero più interiore.

E così: che il 4° Festival di Paesaggio sia.

Mario Pagliaro
(curatore FdP)

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